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MA IN CHE MONDO VIVONO?

Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 16-05-2017

Il reddito d’inclusione è approvato, ora la povertà è vinta, sconfitta, scomparsa. Con gli ottanta euro in busta paga per tutti i lavoratori dipendenti, approvati dal precedente governo, si è dato un taglio definitivo a quella povertà emergente che tanto preoccupa i nostri amministratori. Molte volte sembra che bocca e cervello, di alcune persone, operino in maniera autonoma, non siano connessi. Altre volte invece sembra che chi ci amministra, non viva nel nostro stesso Paese, ma in un altro mondo, nel quale tutto va bene, non esistono problemi irrisolti e tutti sono felici e contenti. Tale sensazione è avvalorata dal fatto, che chi è posto ai vertici della nostra economia, è talmente impegnato nella soluzione dei problemi dell’alta finanza, da ignorare completamente quelli della gente, sempre più assorta nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. Come possono pensare di risolvere i problemi del Paese, se neppure conoscono le difficoltà della gente comune. Con che criterio decidono che cinquecento euro rappresentino il superamento della soglia di povertà. In base a quale calcolo matematico hanno raggiunto la convinzione che quella cifra permetterà finalmente di cancellare lo stato di disagio rappresentato dall’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento? Proviamo a domandare loro se riuscirebbero a vivere decorosamente con la stessa cifra. Suppongo non prendano in considerazione neppure l’idea, e allora se loro non ce la possono fare, come potranno mai riuscirci gli altri? Eppur vero che cinquecento euro sono meglio di nulla, ma anche in questa occasione emerge l’approssimazione nella politica del nostro paese, capace di dare sempre mezze risposte alle necessità della gente, in modo da avere ancora qualche cartuccia, da sparare all’occorrenza. Ritengo sarebbe stato più serio e responsabile determinare in maniera reale, la soglia delle risorse necessarie per condurre una vita decorosa e solo allora determinare l’importo, a fronte del quale il beneficiario si impegna a prestare la sua opera a favore della collettività, senza dover pensare continuamente a come far quadrare conti che non tornano. Consuetudine emergente anche in occasione di tutte le crisi aziendale che si manifestano nel paese. Ogni situazione critica comporta richieste onerose per i più deboli ed indifesi, destinatari di sacrifici, licenziamenti collettivi, senza mai intaccare i cospicui compensi dei sempre troppo numerosi dirigenti, veri responsabili dello stato di sofferenza di aziende un tempo solide. È più facile estorcere dieci euro a migliaia di poveracci piuttosto che sottoporre a sacrifici quei personaggi, inutili, inconcludenti, incapaci e dannosi, che periodicamente vengono spostati, non si sa in base a quale criterio, da una società ad un altra, a caccia di quelle risorse che la vecchia azienda non può più garantire. Bastano pochi capaci amministratori per fare la fortuna di un’azienda e non e neppure necessario strapagarli, anzi meno sono efficienti e più vogliono essere pagati, e se, la vogliamo dire tutta, sono sempre le stesse facce che scompaiono da una parte, per riapparire subito dopo da un’altra a caccia di quell’immeritato faraonico compenso, non giustificato dai risultati raggiunti nella gestione delle aziende, che la loro incompetenza contribuisce a distruggere. Se anche il nostro paese adottasse la meritocrazia, come la maggior parte degli imprenditori privati, le aziende sia pubbliche che partecipate potrebbero competere ad armi pari nell’economia globalizzata che non perdona.



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