Dic
02
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 02-12-2017

In questa nuova società, multietnica, multirazziale, solidale e globalizzata, neppure possedere, e conservarsi gelosamente il proprio lavoro, è garanzia di vita dignitosa e serena. Una famiglia italiana tipo, composta da tre, quattro elementi, con un solo reddito, vive male, stenta a soddisfare tutti i bisogni dei suoi componenti, è quindi votata al sacrificio, mentre al suo intorno si proiettano modelli di vita spregiudicati, che del lusso e dell’ostentazione del lusso, fanno la loro bandiera. Anche questo non aiuta ad affrontare con serena abnegazione ogni sacrificio che la vita quotidiana richiede. Di questo sembra che i nostri amministratori, che certamente non vivono in ristrettezze economiche, proprio non se ne rendano conto, nonostante segnali ben precisi manifestino il malessere che serpeggia, soprattutto nella classe medio borghese del nostro Paese. Proprio quella classe che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso e che si è fatta carico di traghettare l’Italia dall’ottocento oltre il boom economico verso quel progresso sociale che ha contraddistinto gli ultimi sessant’anni. Poi, il percorso compiuto per raggiungere l’obiettivo dell’unità tra tutti gli Stati del Continente Europeo, ha complicato la situazione, proprio nel momento in cui il passaggio dalle monete nazionali ha premiato alcuni stati, crocifiggendo gli altri. Cosi le economie più forti hanno progredito, mentre quelle più deboli, hanno intrapreso il percorso inverso, che ha portato numerosi stati membri quasi al tracollo economico, incontro all’inevitabile conflitto sociale. Ma anche questo è sfuggito all’attenzione dei nostri governanti, che avvolti dal tepore del proprio intoccabile censo, non si sentivano coinvolti nella quotidiana lotta per sopravvivere. Ora è arrivato il momento di tirare le somme, perché a tanta abbondanza non si contrapponga la nuova miseria nella gran parte dei lavoratori, che hanno visto arricchirsi e prosperare ladri, malviventi e “prenditori”, a discapito della maggioranza onesta che si è stancata di apparire silenziosa e manifesta, senza mezzi termini, il proprio dissenso. La situazione poi, peggiora, se mai fosse possibile, non appena si termina il percorso lavorativo e si accede alla pensione, che al contrario di quella percepita da chi ci ha amministrato, immerso nel benessere, si riduce sensibilmente, contraendo ulteriormente un tenore di vita già precario. I professionisti della politica neppure immaginano i sacrifici che la popolazione deve affrontare quotidianamente e mentre loro, dall’alto del loro benessere, nell’interesse del Paese, vorrebbero reintrodurre tasse e balzelli, che sicuramente affermano di poter affrontare, non pensano e propongono, di condividere il proprio immeritato benessere con coloro che non l’hanno mai potuto assaporare e che al termine della vita, sia fisica che lavorativa, deve continuare a privarsi dell’indispensabile per permettere ad una minoranza egoista, sempre più cieca, arrogante e distratta di soddisfare anche il superfluo. Prima sotto traccia, malumore e risentimento oramai appaiono evidenti e manifesti a tutti, nella speranza che chi deve e può, si faccia carico di eliminare il divario sociale tra persone con la stessa dignità, prima che la lotta di classe si trasformi in qualcosa di incontrollabile, sotto la spinta del rancore da troppo tempo represso.

Ott
27
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 27-10-2017

Dodici ettari di terreno semi sabbioso che in leggera pendenza, digradava dal cuore della campagna sino allo stradone. Tipica espressione di quella agricoltura di sussistenza che ha sfamato tante famiglie di Sardi, in attesa di quel benessere economico che ancora non si è completamente manifestato. In questo microcosmo economico culturale, si sono succedute generazioni di conterranei che, dagli inizi del novecento alla sua metà, avevano riposto ogni speranza in questo tipico appezzamento agricolo che permetteva loro di trattenersi nell’isola senza essere costretti a migrare. Anche la mia famiglia di origine, ha posto radici in un simile podere a partire dalla fine dell’ottocento, ma ignoro la ragione per la quale si sia stabilita proprio in quella parte di Logudoro a ridosso della Gallura, forse solamente perché li erano nati. Quella terra rappresentava tutto il loro mondo, e ogni momento della giornata e di tutte le giornate, si svolgeva al suo interno, con i ritmi scanditi dall’alternarsi delle stagioni. La proprietà era suddivisa in settori delimitati da muretti a secco, che permettevano alla famiglia di soddisfare ogni esigenza alimentare e non, destinando piccoli appezzamenti della proprietà a pascolo, alla semina e ad altre colture che rappresentavano introiti complementari nell’economia familiare. Galline, conigli, maiali, pecore e mucche facevano parte del panorama e occupavano gran parte del tempo del nonno, in principio unico coltivatore – allevatore del podere. L’edificio, costruito nel punto più alto, in posizione dominante, si sviluppava in senso orizzontale, diviso in ambienti alcuni comunicanti tra loro, quelli adibiti ad abitazione, mentre gli altri, funzionali alle attività agricole, erano accessibili solo dall’esterno, compreso l’unico sevizio igienico collocato nelle immediate vicinanze dell’edificio principale. Ai piedi della casa, si trovava il pozzo, anima pulsante erogante l’indispensabile acqua per la famiglia, che alimentato dalla forza animale in principio, approdò successivamente alla più moderna e comoda energia elettrica, che permise la distribuzione capillare dell’acqua in casa e nel resto del podere. Poco più in là un altro edificio, quasi totalmente privo di copertura, ospitava gli animali della fattoria, con di fronte un terreno incolto, tenuto pulito dalle stesse bestie, che terminava con un cancello metallico, aperto sullo stradone asfaltato, unico l’accesso al podere, che attraverso un viottolo in leggera salita attraverso un cancello in legno, conduceva alla casa e la cingeva per tutta la sua lunghezza, perdendosi dietro l’edificio. Appena sotto la casa, si apriva la vigna, ordinata in filari paralleli che si perdevano oltre il terreno in lieve pendio, sino ad un muro in pietra, oltre il quale si apriva un bosco di querce da sughero, che periodicamente contribuiva a rimpinguare il bilancio familiare sempre avaro, con la levata del sughero, venduto sempre agli stessi acquirenti. Alle spalle della casa un vasto, incolto terreno, l’unico in relativa pianura, terminava in un muretto a secco, che separava la proprietà da un’antica ferrovia oramai in disuso, che la costeggiava in tutta la parte esposta a nord. Oltre l’ennesimo muretto si apriva un tancato, all’interno del quale si alternavano varie coltivazioni, in funzione della necessità o della stagione. In questi pochi ettari si sono alternate intere generazioni, che l’inurbamento e lo sradicamento dovuto alla migrazione economica ha strappato a quei valori conservati intatti per qualche secolo, che i frazionamenti successivi al passaggio da un erede ad un altro, ha contribuito a cancellare, offuscando usanze rimaste ormai solo nella memoria dei più irriducibili.

Ott
10
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 10-10-2017

Stabilimento balneare lungo strada, ingresso avvolto dalla nebbia, cabina in penombra, poco definita ma ha ciò che può servire al mare, che si intravvede in lontananza, ma del quale non si sente la risacca. Tra cabina e spiaggia un lungo percorso a volte soleggiato a volte riparato. Breve ispezione alla cabina, quasi un piccolo bilocale, poi subito verso la spiaggia lontana che si immagina, ma ancora non si intravvede. Oltre la fila delle cabine, si alternano spazi coperti e scoperti. Subito in penombra un campo coperto pieno di ragazzini scalmanati, oltre si gioca a pallavolo in pieno sole ma senza sonoro, tanto movimento ma senza voci, tutto è ovattato, di fronte e ai lati sole, vento e odore di mare, ma senza vedere mare. Ancora più avanti altro spazio coperto con biliardi e biliardini, alcuni occupati altri deserti, poi tanta gente che va e ritorna, che appare e scompare come ombre nella penombra. Improvvisamente il sole esplode in tutto il suo colore e calore mentre la sua luce abbaglia; tutto appare sfuocato, indefinito e si procede in mezzo al nulla, con intorno sensazioni opache in assenza di presenze reali. L’orizzonte è lontano, il calore sale al cielo con effetti visibili e il mare non si vede ancora, ma è li oltre la nebbia che avvolge tutto. Pochi i visi familiari in mezzo a tante facce anonime e sconosciute, ma tutti intenti in qualche occupazione poco evidente ma per loro vitale. All’improvviso il percorso è sbarrato da una strada a due corsie, impossibile andare oltre, con le automobili che passano, vanno e vengono avvolte in un silenzio ovattato. Sentieri polverosi conducono oltre la strada silenziosa, verso quella spiaggia che si avverte sempre più vicina, sino ad un’altura che domina una strana spiaggia, ancora lontana, quasi irraggiungibile, ma ormai visibile occupata da poca gente sdraiata su una stretta striscia di terra, sommersa periodicamente dal mare, mentre le persone appaiono e scompaiono, imperturbabili, tra un’onda e l’altra. Sembra una situazione normale per tutti, ma l’atmosfera non lo è, mentre ogni contorno è appena accennato, quasi fosse un bozzetto in attesa dell’opera definitiva. Oltre la strada la spiaggia non c’è. Il confine tra mare e terra si confonde e neanche i pochi bagnanti ne sono consapevoli ma si accontentano di respirare durante il flusso e riflusso della marea sempre avvolta nel silenzio. Il tragitto dalla cabina, alla sempre irraggiungibile spiaggia che non c’è è terminato, tra ombre disposte anche a svanire pur di raggiungerla, confusa e avvolta in quel mondo evanescente di nebbia e calore che avvolge tutto.

Set
13
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 13-09-2017

Domenica e pallone per lungo tempo sono stati binomio inseparabile nel panorama sportivo dell’Italia del dopoguerra. Dal primo pomeriggio sino a tarda sera, si ascoltava, si guardava e si parlava di pallone e di calcio. Si cominciava dalle radiocronache di tutto il calcio minuto per minuto e attraverso il novantesimo minuto proseguiva sino a tarda notte con la domenica sportiva, che concludeva tutto il pomeriggio sportivo. Tutto il calcio minuto per minuto raccontava le partite da tutti i campi, mentre novantesimo minuto permetteva di ammirare le prodezze atletiche dei beniamini, che la domenica sportiva ripeteva e commentava sino alla nausea. Il lunedì successivo la carta stampata ridefiniva tutti gli avvenimenti della domenica calcistica, che ogni testata giornalistica apriva con la cronaca dell’avvenimento locale, prima di addentrarsi nella disamina generale sul panorama calcistico nazionale. Gli impegni della nazionale fermavano lo svolgimento dei campionati, per permettere al commissario tecnico del momento, di attingere i migliori atleti da tutte le squadre impegnate nei vari tornei di categoria. Gli impegni internazionali delle squadre di club, invece erano sporadici e spalmati in un tempo sufficientemente lungo da non influenzare l’andamento del campionato. Le finali delle coppe erano generalmente giocate al termine dei campionati nazionali e lasciavano poco tempo libero ai professionisti del pallone. Si può riassumere in questa maniera la febbre del pallone che ha accompagnato per metà del secolo scorso ogni italiano, unica certezza in un mondo di dubbi e precarietà, che narrava di quello spazio mediatico nel quale unico argomento era il calcio, raccontato da professionisti professionali ad un esercito di ottimisti tifosi, che volevano vedere la propria squadra sempre vincente. Tutti in questa giornata lavoravano per renderla piacevole, al di la del risultato finale. Quelle trasmissioni erano le più seguite e tutto ciò che ruotava intorno al calcio, passava immancabilmente attraverso queste, alle quali si pretendeva correttezza, onestà, professionalità e credibilità. Poi il denaro ha preso il sopravvento e stravolto lo spirito sportivo e le aste per i diritti televisivi hanno spostato il baricentro del calcio dalle canoniche reti a quelle che potevano offrire più denaro, perché nel calcio avevano intravvisto la possibilità di fare soldi, proponendo in esclusiva le diverse manifestazioni, a pagamento sulle proprie reti, innescando la caccia, a suon di denari, per accaparrarsi i migliori commentatori sulla piazza. Pochi hanno resistito alla tentazione di incrementare il proprio reddito, ma quei pochi hanno formato lo zoccolo duro di quella informazione sportiva alla quale eravamo abituati che terminava la domenica notte per riprendere la domenica successiva. Oggi si parla di calcio ogni giorno con troppa improvvisazione e tutto è oggetto di contestazione violenta e occasione per esternare frustrazioni represse, che complice la debole reazione di federazione e forza pubblica, ha consegnato nelle mani di pochi facinorosi il monopolio del tifo calcistico. Non è più la domenica del calcio giocato, che faceva discutere anche animatamente, ma sempre nel rispetto degli altri e anche se pesava il risultato avverso, se ne accettava l’esito uscito dal campo, insieme alle decisioni, in perfetta buona fede, di un solo arbitro, che poteva pure sbagliare, senza per questo dover rispondere del proprio operato a nessuno altro che alla propria coscienza.

Lug
18
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 18-07-2017

Terremoti, alluvioni, trombe d’aria e altre calamità naturali, un tempo sporadiche, oggi sempre più frequenti, raccontano di un pianeta che cambia, forse più in fretta di quanto potessimo immaginare. Senza cercare responsabilità per queste circostanze avverse, un fatto appare incontestabile, i cambiamenti climatici iniziano ad influenzare significativamente la nostra vita e ci comunicano, anno dopo anno, che la tendenza non migliorerà in futuro, ma dovremo convivere con fenomeni sempre più estremi. Questa informazione sebbene poco piacevole, comunica che nell’antropizzazione futura dovremmo prendere in considerazione tutte quelle variabili per prevedere e prevenire le più probabili. Punto di partenza risulterà il modo di concepire l’utilizzo del territorio e la riconversione edilizia delle nostre città, pensate in periodi di incremento demografico, sempre poco attenta alla sostenibilità ambientale. In futuro sarà indispensabile costruire meglio e soprattutto con un’attenzione particolare alle nuove esigenze imposte dall’attuale sistema climatico sempre più estremo e bizzarro. Non è più concepibile alcuno spreco ne energetico ne di risorse primarie, tutto quello che abbiamo sempre dato per scontato, presto non lo sarà più. Il metodo di costruzione dei nostri edifici deve cambiare per contrastare le nuove emergenze climatiche. Bisogna intervenire ben oltre le fondamenta, applicando a tutte le costruzioni i più avanzati sistemi antisismici, che comporteranno benefici in presenza di altri fenomeni fisici e meteorologici, anche in territori non a rischio sismico. Prima di costruire i garage, anche a più piani, alla base degli edifici, bisogna prevedere la realizzazione di una consistente cisterna che raccoglierà le precipitazioni meteoriche, in alcune regioni già scarse, munendola di tutti i sistemi di sicurezza capaci di contrastare qualsiasi eventuale, eccezionale o anomalo evento meteorico, in previsione del quale anche i sottoservizi saranno progettati e realizzati. In superficie saranno realizzati ampi spazi verdi per il benessere degli abitanti, per la manutenzione dei quali si utilizzerà l’acqua raccolta nelle cisterne. L’efficienza energetica sarà la successiva priorità, che spazierà dalla produzione, al corretto utilizzo dell’energia necessaria per governare l’edificio finito. Pannelli solari, interruttori crepuscolari e sensori di movimento, forniranno e regoleranno l’energia nelle parti comuni, munite di illuminazione a led, più efficace ed economica. I diversi appartamenti realizzati con materiali naturali, opportunamente coibentati, dotati di infissi capaci di isolare termicamente ed acusticamente gli ambienti e con la parte esterna realizzata con vetri ad accumulo energetico, contribuiranno ad ottimizzare i consumi. I proprietari successivamente provvederanno a dotare i singoli appartamenti di tutti quei dispositivi tecnologici che li renderanno perfettamente efficienti e adeguati alle aspettative di ognuno. Le attuali conoscenze scientifiche e tecnologiche permettono già di progettare edifici più sicuri ed efficienti, in attesa di nuovi orizzonti tecnologici, ancora inesplorati. Speriamo che il danno ambientale già arrecato, non manifesti altri fenomeni a noi ancora sconosciuti, capaci di vanificare anche questi ottimi propositi, piccolo granello di sabbia in un mare di negligenza ed inefficienza.

Giu
29
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 29-06-2017

Il personale modo di esprimerci generalmente tradisce le nostre origini, anche in presenza di lessico quasi privo di inflessioni o cadenze particolari. La nostra isola è popolata da Genti provenienti da tutti i quadranti del Mediterraneo, per ciò, potendo ascoltare in contemporanea gli abitanti delle diverse regioni che la compongono, in alcuni casi l’ascoltatore ne può identificare immediatamente la provenienza. Un attento e sottile ascoltatore può intuire la provenienza o l’origine geografica di ognuno di noi, ma questo compito spesso è facilitato da locuzioni ricorrenti nel vocabolario di alcuni popoli. Posta al centro del Mediterraneo, la Sardegna è stata oggetto di colonizzazione da parte di innumerevoli Popoli, che localmente hanno lasciato traccia del loro passaggio e non solo nel linguaggio. Il meridione dell’isola, influenzato dalle colonizzazioni medio orientali e nord africane, ha conservato nella lingua campidanese, una caratteristica inflessione che rivela immediatamente e senza alcun dubbio, la provenienza dell’interlocutore. Nell’immaginario collettivo tale inflessione linguistica è attribuita a tutti i sardi, ma non è la realtà. Risalendo la parte centrale dell’isola, si possono avvertire notevoli differenze tra la lingua parlata, più aderente alla nostra originale, da quelle parlate lungo le coste occidentali e orientali, molto più influenzate dalle colonizzazioni provenienti dal bacino mediterraneo. Al nord dell’isola invece, insieme all’influenza delle parlate tipiche degli ultimi colonizzatori, si riscontrano alcune frutto della migrazione di alcune comunità, che scelta la Sardegna per patria, ne hanno importato lingua e spesso usi e costumi, ancora oggi presenti nel folclore locale. Ciò si è verificato anche in altri gruppi etnici, arrivati in tempi più recenti e stabilitisi nella parte sud occidentale dell’isola. Benché ognuna delle regioni che compongono il variegato panorama etnico della Sardegna, abbia conservato parte del patrimonio proveniente dalle comunità d’origine, l’intensa frequentazione e i frequenti scambi commerciali intercorsi, hanno condiviso usi e costumi originariamente tipici solo di alcuni, inserendoli, in forme spesso differenti, nel patrimonio culturale di tutti, sino a sbiadirne le reali origini, sfumate tra le nebbia del passato remoto, diventato patrimonio comune dell’isola. La maggior parte dei sardi, se escludiamo coloro che attraverso la cadenza rivelatrice si discostano dalla maggioranza, non hanno particolari inflessioni linguistiche che ne tradiscono l’origine, bensì solo alcuni particolari fonemi, unici nel loro genere ma indiscutibilmente riconducibili alla nostra esclusiva parlata. Il nostro modo di dire “andiamo” o di dire si, rivelano senza ombra di dubbio la nostra natura: ajò e eja infatti raccontano di un’isola in mezzo al mare, non troppo grande ma neppure piccola che, almeno in principio con poco entusiasmo, ha accolto quelli venuti dal mare, spesso non in pace, e ne ha fatto un antico popolo fiero delle sue diversità e delle sue origini oscure.

Mag
16
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 16-05-2017

Il reddito d’inclusione è approvato, ora la povertà è vinta, sconfitta, scomparsa. Con gli ottanta euro in busta paga per tutti i lavoratori dipendenti, approvati dal precedente governo, si è dato un taglio definitivo a quella povertà emergente che tanto preoccupa i nostri amministratori. Molte volte sembra che bocca e cervello, di alcune persone, operino in maniera autonoma, non siano connessi. Altre volte invece sembra che chi ci amministra, non viva nel nostro stesso Paese, ma in un altro mondo, nel quale tutto va bene, non esistono problemi irrisolti e tutti sono felici e contenti. Tale sensazione è avvalorata dal fatto, che chi è posto ai vertici della nostra economia, è talmente impegnato nella soluzione dei problemi dell’alta finanza, da ignorare completamente quelli della gente, sempre più assorta nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. Come possono pensare di risolvere i problemi del Paese, se neppure conoscono le difficoltà della gente comune. Con che criterio decidono che cinquecento euro rappresentino il superamento della soglia di povertà. In base a quale calcolo matematico hanno raggiunto la convinzione che quella cifra permetterà finalmente di cancellare lo stato di disagio rappresentato dall’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento? Proviamo a domandare loro se riuscirebbero a vivere decorosamente con la stessa cifra. Suppongo non prendano in considerazione neppure l’idea, e allora se loro non ce la possono fare, come potranno mai riuscirci gli altri? Eppur vero che cinquecento euro sono meglio di nulla, ma anche in questa occasione emerge l’approssimazione nella politica del nostro paese, capace di dare sempre mezze risposte alle necessità della gente, in modo da avere ancora qualche cartuccia, da sparare all’occorrenza. Ritengo sarebbe stato più serio e responsabile determinare in maniera reale, la soglia delle risorse necessarie per condurre una vita decorosa e solo allora determinare l’importo, a fronte del quale il beneficiario si impegna a prestare la sua opera a favore della collettività, senza dover pensare continuamente a come far quadrare conti che non tornano. Consuetudine emergente anche in occasione di tutte le crisi aziendale che si manifestano nel paese. Ogni situazione critica comporta richieste onerose per i più deboli ed indifesi, destinatari di sacrifici, licenziamenti collettivi, senza mai intaccare i cospicui compensi dei sempre troppo numerosi dirigenti, veri responsabili dello stato di sofferenza di aziende un tempo solide. È più facile estorcere dieci euro a migliaia di poveracci piuttosto che sottoporre a sacrifici quei personaggi, inutili, inconcludenti, incapaci e dannosi, che periodicamente vengono spostati, non si sa in base a quale criterio, da una società ad un altra, a caccia di quelle risorse che la vecchia azienda non può più garantire. Bastano pochi capaci amministratori per fare la fortuna di un’azienda e non e neppure necessario strapagarli, anzi meno sono efficienti e più vogliono essere pagati, e se, la vogliamo dire tutta, sono sempre le stesse facce che scompaiono da una parte, per riapparire subito dopo da un’altra a caccia di quell’immeritato faraonico compenso, non giustificato dai risultati raggiunti nella gestione delle aziende, che la loro incompetenza contribuisce a distruggere. Se anche il nostro paese adottasse la meritocrazia, come la maggior parte degli imprenditori privati, le aziende sia pubbliche che partecipate potrebbero competere ad armi pari nell’economia globalizzata che non perdona.

Apr
17
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 17-04-2017

Negli ultimi cento anni l’istruzione in Italia ha subito un’accelerazione che ha del rivoluzionario. Sino alla fine dell’ottocento riservata ad una ristretta cerchia, nel corso del secolo scorso ha assunto il ruolo di artefice nello sviluppo dei popoli, e ottenuta tutta quella attenzione che il nuovo ruolo sociale le attribuiva, ha letteralmente contribuito a cambiare la società. In principio lo scolaro ricopriva un ruolo totalmente passivo, quasi marginale, infatti ritenuto alla stregua di creta informe, veniva affidato alle sapienti mani dell’insegnante, che avrebbe dovuto, come uno scultore dal marmo, estrarre le migliori qualità. Figura centrale e fondamentale nel percorso verso la conoscenza, l’istitutore o insegnante o docente, ha, nel corso di questo ultimo secolo, lentamente ma irrimediabilmente perduto quella centralità che cultura, preparazione e prestigio gli avevano procurato. Nella alfabetizzazione di massa, parola d’ordine di tutte le società industrializzate, la quantità di scolari, ha penalizzato la qualità dell’istruzione. Anche se i metodi didattici agli esordi potevano non essere condivisi da tutti, i successivi interventi normativi, hanno spostato il baricentro dell’attenzione, dai docenti agli studenti. Tutto ha iniziato a vacillare e precipitare a partire dal boom economico che oltre a far decollare l’economia ha comportato un’impennata nella natalità nazionale. Probabilmente il fenomeno imprevisto ha colto di sorpresa gli addetti ai lavori, impreparati a fronteggiare un incremento esponenziale della domanda d’istruzione, alla quale non corrispondeva altrettanta disponibilità di personale docente. Le classi sono diventate eccessivamente numerose e troppi scolari non sono stati adeguatamente seguiti, quindi i più dotati progredivano, tutti gli altri arrancavano. Un simile sviluppo ha fatto fallire parzialmente lo spirito ispiratore dell’istruzione globalizzata, all’interno della quale tutti coloro che potevano essere supportati al di fuori della scuola pubblica, imparavano speditamente, mentre quelli meno fortunati, iniziavano ad accumulare lacune formative, che nel corso di tutta la carriera scolastica lasciavano ampi tratti di ignoranza diffusa, mai più sanata. Altro fattore che ha contribuito al successo complessivo dell’iniziativa istruttiva, è stata la collaborazione tra genitori e docenti, uniti nel comune obiettivo di trasferire nei figli/scolari quelle informazioni necessarie al loro sviluppo psico fisico e culturale. Tutti erano concentrati nel conseguimento del massimo risultato e a questo scopo i genitori conferivano carta bianca all’insegnante, vissuto come l’artefice dell’istruzione, ma col passare del tempo e il miglioramento delle condizioni socio economiche, la figura dell’insegnante è andata sbiadendosi, perdendo l’alone magico che sin allora gli era stata attribuito. La centralità della figura dello scolaro ha avuto la prevalenza sulla qualità dell’istruzione e l’insegnante era visto più come persona al servizio dei capricci dell’alunno, che reale artefice della sua cultura. Il sessantotto ha dato il colpo di grazia alla qualità dell’istruzione politicizzata, che in quanto obbligatoria, universale e gratuita, avrebbe dovuto garantire a tutti, meritevoli e lavativi, la cosiddetta sufficienza politica, garanzia di vera e propria democrazia culturale. Da allora l’istruzione non è stata più la stessa, anche se l’iniezione di nozioni ed informazioni a sfondo culturale ha migliorato la qualità complessiva della società italiana. Ai giorni nostri nonostante l’istruzione obbligatoria abbia raggiunto lo scopo di attenuare la ruvidezza tipica dell’ignoranza, non ha spinto il Paese verso l’eccellenza, ma sconfitto l’analfabetismo, ha generato ignoranti meno incolti ma ancora non abbastanza istruiti.

Mar
27
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 27-03-2017

Superando gli stereotipi presenti nell’immaginario collettivo su vizi e virtù dei sardi, voglio approfondire solo alcuni aspetti dei caratteri che, al di fuori dell’isola, continuano ad essere loro diffusamente attribuiti. Il popolo sardo molto più ospitale e disponibile con “i forestieri” che verso gli stessi suoi conterranei, dedica, ai convenuti, smisurata ospitalità e amicizia, spesso tradita e disattesa, tanto che parte dei Sardi, soprattutto quelli residenti nei centri più interni, per un certo periodo storico hanno manifestato aperta ostilità verso stranieri e novità, accrescendo quell’isolamento che la mancanza o l’inadeguatezza delle infrastrutture, aveva prodotto proprio per i paesi della Sardegna centrale. Effettivamente nell’indole dei sardi, l’accoglienza è sempre stata considerata, come nell’antichità, sacra, cosi come l’ospite e tutto quanto gli apparteneva. Naturalmente se tutto quel rispetto ed affetto istintivi venivano traditi, nessuno era più vendicativo del sardo offeso, che ossessivo nel mostrare attenzione e apprezzamento, era altrettanto intransigente quando sostituiva all’affetto il rancore. Tali caratteristiche si sono conservate pressoché intatte sino al periodo precedente le due guerre mondiali, che agli inizi dello scorso secolo hanno visto molti sardi lasciare l’isola, per rifarsi una vita in paesi lontani e sconosciuti, che comunque offrivano opportunità negate loro nella Sardegna di allora. Potremo osservare che da allora poco è cambiato, ma questo è limite e responsabilità degli amministratori ai quali abbiamo affidato l’incarico di governarci, ma che negli ultimi settantanni non hanno saputo creare le condizioni per favorire lo sviluppo necessario a garantire un dignitoso futuro a tutti. Alcuni ci hanno provato, ma nel lungo periodo si sono dovuti confrontare con le contraddizioni che caratterizzavano l’isola. A fronte di diversi tentativi di industrializzazione del territorio isolano, con l’iniezione di faraonici investimenti industriali si contrapponevano infrastrutture mai all’altezza delle necessità, che hanno contribuito a stemperare le buone intenzioni. Poi l’adagiarsi sugli allori che tanto benessere aveva comportato, ha abilmente mascherato i diversi problemi che anno dopo anno si sono accumulati. Risultato finale è stato che dopo alcuni decenni di illusorio sviluppo, le diverse aziende sorte col contributo dello Stato e appesantite da consistenti apporti di manodopera, a volte eccessiva, hanno mostrato evidenti segnali di cedimento finanziario. Neppure le privatizzazioni avviate negli anni successivi, son servite a salvare tutte le realtà economiche, che una dopo l’altra, ormai al di fuori delle implacabili leggi del mercato, hanno dovuto chiudere. Purtroppo questo scenario non è neppure esclusiva della nostra isola, infatti ogni realtà industriale ovunque localizzata, ha dovuto confrontarsi con la concorrenza di paesi emergenti, sempre più convenienti del nostro, ma che fatalmente sono destinati a soccombere sotto la pressione di nuovi paesi emergenti che prima o poi li sostituiranno. Tanta economia disattesa, dopo i primi momenti di panico e scoraggiamento, ha lasciato spazio a nuove iniziative che al posto di guardare avanti, hanno dovuto voltarsi indietro per scorgere nel proprio passato, alternative ai modelli di sviluppo che distruggono l’ambiente, danno un benessere a tempo determinato, non migliorano il tenore di vita dalla popolazione, impongono immani sacrifici ambientali e lasciano cicatrici sul territorio che impiegano secoli a rimarginarsi. Oggi ritorno al passato e alle proprie origini, rappresenta l’unico futuro per quelle generazioni spazzate via da un mercato del lavoro nel quale l’uomo non è più figura centrale.

Feb
28
Filed under (Costume, Società, Tradizioni) by linodore on 28-02-2017

La Sardegna è apprezzata per clima, spiagge di sabbia bianca ed impalpabile, mare pulito e cristallino, panorami mozzafiato, foreste primordiali ed enogastronomia; i suoi abitanti soprattutto per un innato senso di ospitalità, anche se mai troppo ostentato. Ma come sarà l’isola ed i suoi abitanti nel terzo millennio? L’espansione edilizia ha già cambiato la geografia dell’isola, espandendo i centri urbani più importanti a scapito di quelli minori, sempre più piccoli, favorendo l’urbanizzazione, spesso sconsiderata, dei litorali, molto apprezzati dall’edilizia turistica, costringendo i centri dell’interno a confrontarsi con il fenomeno dello spopolamento, innescato dalla fuga dei giovani in cerca di un lavoro sempre più evanescente, che ha messo a nudo un nuovo inquietante fenomeno sino ad ora sconosciuto, rappresentato dall’abbandono di un significativo patrimonio immobiliare non più utilizzato, ma anche troppo costoso da mantenere. Alcuni amministratori di altre Regioni hanno tentato di arginare il fenomeno, ricollocando, a cifre simboliche, quel patrimonio abbandonato sul mercato delle seconde case, onde renderlo appetibile per gli amanti di quiete e serenità, ma questo tentativo di ripopolamento artificiale, non ha ottenuto i risultati sperati. Al contrario dell’involuzione subita dal patrimonio edilizio delle zone interne, quello etnico, umano e sociale ha raggiunto evidenti sviluppi, determinati dall’apporto fornito dall’integrazione multietnica, multiculturale e globalizzatrice. L’inserimento e la stabilizzazione, divenuta strutturale, di popolazioni provenienti da diversi paesi europei e extraeuropei, ormai presenti da generazioni e ben integrati, tende a trasformare la stessa fisionomia dei nuovi sardi. Alla conformazione fisica tradizionale, si affiancano nuove generazioni con caratteri etnici e somatici propri dei diversi ceppi etnici presenti nella nostra società, che concorrono a rendere evidente l’interconnessione tra popoli e culture, mostrando quel che potrà essere la popolazione dell’isola nel prossimo millennio. D’altronde simili fenomeni hanno caratterizzato nel passato, altri paesi che fatti oggetto di movimenti migratori per secoli, hanno espresso nuovi individui portatori dei caratteri somatici tipici dei due popoli originari. Ora tutto ciò si presta a qualche riflessione di carattere generale applicabile ad ogni paese, poiché la facilità e l’economicità degli spostamenti, hanno contribuito ad azzerare le distanze. Forse mezzo secolo addietro già a prima vista, dall’aspetto potevi determinare la provenienza di ogni individuo, poiché esprimeva caratteri somatici tipici del proprio gruppo etnico. La globalizzazione ha influenzato anche l’aspetto delle persone, quindi non si potrà più determinare l’appartenenza a questo o quel ceppo etnico, osservando soltanto l’aspetto degli individui, occorrerà approfondire l’argomento, acquisendo maggiori informazioni per capire da dove proviene ognuno. Sicuramente sarà molto più appropriato, quindi di grande attualità, l’antico detto che recitava che “tutto il mondo è paese”.